giovedì 12 novembre 2009
Nicole Kidman lost in transition
L'attrice Gwyneth Paltrow è stata scritturata per affiancare Nicole Kidman nel film sul pittore olandese Einar Wegener, che nel 1930 è stata una delle prime persone ad affrontare una riassegnazione di genere. Inizialmente Charlize Theron doveva interpretare la parte di Gerda Wegener, moglie del pittore, ma poi ha rinunciato.Wegener più tardi prese il nome di Lili Elbe. Si riteneva che fosse intersessuale oppure che avesse la cosiddetta "sindrome di Klinefelter". Morì nel 1931 per complicazioni in seguito alla sua quinta operazione chirurgica. La sceneggiatura del film è basata sul romanzo di David Ebershoff "The Danish Girl"; il regista Tomas Alfredson ha confermato l'imminente inizio della lavorazione. Alfredson aveva cominciato il casting cercando per il ruolo di Wegener un uomo femminile, ma poi ha deciso che Kidman avrebbe interpretato il personaggio prima e dopo la transizione.
mercoledì 11 novembre 2009
Adozione lesbica in Francia
l tribunale di Besançon ha autorizzato l'adozione ad una insegnante lesbica, Emmanuelle B., che con la sua compagna Laurence R. si batte dal 1998 per questo. L'adozione era stata negata dal Consiglio generale del Jura: questa decisione è stata annullata. Emmanuelle, 48 anni, si era anche rivolta al Tribunale europeo dei diritti umani per ottenere il diritto che il Consiglio generale le rifiutava ostinatamente. I giudici europei le avevano dato ragione nel gennaio 2008, condannando la Francia per discriminazione sessuale. Avevano anche sottolineato che il diritto francese autorizza l'adozione di un bambino da parte di una persona singola e che la Convenzione europea dei diritti umani vieta la discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale. Forte di questa sentenza, Emmanuelle aveva ripresentato la sua richiesta di adozione e di nuovo aveva avuto un rifiuto dal Consiglio generale del Jura, nella primavera 2008. Ha messo ora fine a questa battaglia giudiziaria il tribunale di Besançon, sentenziando che "le condizioni di accoglienza offerte dalla richiedente sul piano familiare, educativo e psicologico corrispondono ai bisogni e all'interesse di un bambino adottato". Il tribunale ha anche sottolineato che la coppia formata da Emmanuelle e dalla sua compagna presenta una solidità certa.
Il Consiglio generale del Jura, che aveva negato l'adozione, ha annunciato di "rispettare lo stato di diritto" e che, accettando la decisione del tribunale, non presenterà ricorso.
Caroline Mécary, avvocata di Emmanuelle, ha dichiarato: "Questa decisione del tribunale d'istanza ricorda molto chiaramente che la legge francese non consente un rifiuto di accordo a causa dell'omosessualità. La questione dunque ora è regolata".
Sulla base di questa sentenza, le associazioni per i diritti lgbt e per la lotta contro l'omofobia hanno subito chiesto che il governo o il parlamento rendano valido per legge il diritto di adozione per le coppie omosessuali. SOS Homophobie ha ricordato che "una politica coerente di lotta contro l'omofobia passa attraverso l'uguaglianza dei diritti tra omosessuali ed eterosessuali, in particolare in materia di coppia e di genitorialità". Anche il portavoce dell' Inter-LGBT (coordinamento delle associazioni lgbt), Philippe Castel, ha dichiarato: "Se una coppia omosessuale offre garanzie per l'accoglienza di un bambino, è tempo che il governo o i parlamentari autorizzino per legge le coppie omosessuali ad adottare". Per il Centre LGBT di Paris Ile-de-France, "la discriminazione nell'adozione a causa dell'orientamento sessuale dovrebbe, una volta per tutte, essere illegale".
Queste richieste si sono però scontrate con l'atteggiamento del ministro francese dell'educazione, Luc Chatel, il quale ha ripetuto durante il consiglio dei ministri che il governo "non è favorevole" all'adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali. "Il governo ha avuto occasione di dire a più riprese - e lo stesso presidente della repubblica si è espresso sull'argomento - che noi non siamo favorevoli all'adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali." Il ministro tuttavia ha aggiunto: "E' stata presa una decisione di giustizia; noi dobbiamo prenderne atto e credo che essa debba alimentare la nostra riflessione su questo tema, riflessione che d'altronde è permanente".
Il Consiglio generale del Jura, che aveva negato l'adozione, ha annunciato di "rispettare lo stato di diritto" e che, accettando la decisione del tribunale, non presenterà ricorso.
Caroline Mécary, avvocata di Emmanuelle, ha dichiarato: "Questa decisione del tribunale d'istanza ricorda molto chiaramente che la legge francese non consente un rifiuto di accordo a causa dell'omosessualità. La questione dunque ora è regolata".
Sulla base di questa sentenza, le associazioni per i diritti lgbt e per la lotta contro l'omofobia hanno subito chiesto che il governo o il parlamento rendano valido per legge il diritto di adozione per le coppie omosessuali. SOS Homophobie ha ricordato che "una politica coerente di lotta contro l'omofobia passa attraverso l'uguaglianza dei diritti tra omosessuali ed eterosessuali, in particolare in materia di coppia e di genitorialità". Anche il portavoce dell' Inter-LGBT (coordinamento delle associazioni lgbt), Philippe Castel, ha dichiarato: "Se una coppia omosessuale offre garanzie per l'accoglienza di un bambino, è tempo che il governo o i parlamentari autorizzino per legge le coppie omosessuali ad adottare". Per il Centre LGBT di Paris Ile-de-France, "la discriminazione nell'adozione a causa dell'orientamento sessuale dovrebbe, una volta per tutte, essere illegale".
Queste richieste si sono però scontrate con l'atteggiamento del ministro francese dell'educazione, Luc Chatel, il quale ha ripetuto durante il consiglio dei ministri che il governo "non è favorevole" all'adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali. "Il governo ha avuto occasione di dire a più riprese - e lo stesso presidente della repubblica si è espresso sull'argomento - che noi non siamo favorevoli all'adozione di bambini da parte delle coppie omosessuali." Il ministro tuttavia ha aggiunto: "E' stata presa una decisione di giustizia; noi dobbiamo prenderne atto e credo che essa debba alimentare la nostra riflessione su questo tema, riflessione che d'altronde è permanente".
martedì 3 novembre 2009
Lesbica compra i Chicago Cubs
Una lesbica dichiarata, attivista per i diritti lgbt, ha comprato insieme ad altri membri della sua famiglia una famosa squadra di baseball americana, i Chicago Cubs, ed è diventata la prima lesbica a possedere un team sportivo. E' Laura Ricketts, 41 anni, che fa parte del comitato direttivo di Lambda Legal, una associazione nazionale che offre assistenza legale gratuita alle persone lgbt, e che è stata protagonista di importanti processi. Ora è la nuova proprietaria dei Chicago, insieme ai fratelli Pete, Tom e Todd. Uniti nella passione sportiva - tanto da sborsare 845 milioni di dollari per l'acquisto della squadra - i Ricketts sono divisi politicamente. Pete, fratello maggiore di Laura, è un repubblicano conservatore che si oppone al matrimonio lesbico e gay, un diritto che invece sua sorella ha più volte difeso in tribunale, per se stessa e per tutti.
sabato 31 ottobre 2009
La figlia di Cher: da Chastity a Chaz
Chaz Bono, 40 anni, unica figlia della cantante e attrice Cher e del suo ex marito Sonny Bobo, ha parlato per la prima volta in televisione della sua transizione di genere ftm, iniziata nel marzo di quest'anno. Partecipando allo show televisivo americano 'Entertainment Tonight,' Chaz (il cui nome precedente era Chastity) ha detto: "Mi sono sempre sentito maschio sin da bambino, non c'era molto di femminile in me. Credo che il genere sessuale sia qualcosa che sta fra le orecchie, non fra le gambe. L'ho scoperto nei primi anni Novanta. Il processo di transizione mi ha abbassato la voce; il grasso si ridistribuisce, i muscoli crescono, così come i peli, l'impulso sessuale aumenta." Bono si era dichiarata lesbica a entrambi i genitori quando aveva 18 anni, e nella sua autobiografia 'Family Outing' ha scritto: "Ho sempre percepito qualcosa di diverso in me. Guardavo le altre ragazze della mia età e mi sentito perplessa dal loro ovvio interesse per l'ultima moda, per quale ragazzo della classe era il più carino, e per chi assomigliava di più a una cover girl. A 13 anni trovai finalmente un nome per esprimere esattamente come ero diversa. Mi resi conto di essere gay". Il suo percorso successivo è raccontato da Bono in un altro libro autobiografico, 'Coming Clean', che uscirà nel 2011. Attivista per i diritti lgbt, Chaz lavora come musicista, scrittore e attore.
sabato 10 ottobre 2009
Paola Guazzo, Un mito, a suo modo - La recensione di Franco Bolelli


da "Tutto Milano", supplemento di "Repubblica", 8/10/09
C’è qualcosa che non va, se premi e dibattiti letterari si attorcigliano intorno a romanzi quasi immancabilmente, pretenziosamente stucchevoli, mentre questo “Un mito, a suo modo” esce per un molto piccolo editore (Edizioni Croce). Perchè Paola Guazzo ha spettacolare, straripante, vertiginoso talento linguistico (fate conto il modello Arbasino-Gadda moltiplicato per una avanzatissima cultura pop) con cui imbastisce una storia fatta di tante storie, molto vitale, molto sensoriale, molto lesbica (nessuna traccia di personaggi maschili). Libro godibilissimo, se non vi accontentate di linearità e minimalismo, se non temete di avventurarvi in una ridondante, molecolare, torrenziale epopea contemporanea femminile.
Franco Bolelli
mercoledì 7 ottobre 2009
Lettera aperta di Graziella Bertozzo a Riccardo Gottardi
LETTERA APERTA A RICCARDO GOTTARDI
Segretario Nazionale di Arcigay
e p.c. a
Aurelio Mancuso, Francesca Polo, Alessio De Giorgi,
Paola Brandolini, Lorenzo "Q" Griffi, Flavia Madaschi,
Elisa Manici, Flavio Romani, Emiliano Zaino,
Amelia Esposito, Armando Nanni, Andrea Benedino, Franco Grillini
Le vicende accadute nel nostro paese – e di riflesso nel mondo e nel movimento lgbtq – nel corso dell’ultimo periodo hanno modificato non solo la nostra realtà, ma prima ancora la nostra percezione della stessa. La violenza che si abbatte quotidianamente su di noi non è più interpretabile in termini di una fobia – o meglio di un pregiudizio - della diversità che si esprime attraverso insulti e sporadici attacchi fisici, ma come realizzazione di un progetto politico articolato su diversi piani e con strategie diversificate.
Una di queste strategie è indubbiamente il riuscito tentativo di spaccare al proprio interno tutti i movimenti sociali, e quindi anche quel movimento dentro al quale un tempo ci riconoscevamo in tante e tanti.
Non scrivo questa lettera aperta con l’intento di lanciare un appello ad una improbabile “unità”: se nuove alleanze stabiliremo sarà attraverso nuovi percorsi, non certo ripercorrendo vie che si sono dimostrate fallimentari.
Il mio scopo è piuttosto quello di ripulire il terreno da una questione che è stata spostata dal piano politico a quello giudiziario.
Come ben sai, quasi un anno e mezzo fa fui violentemente portata in questura dalle forze dell’ordine durante il Pride di Bologna, dove mi fu notificata una denuncia per resistenza e lesioni finalizzate alla resistenza. Non voglio rivangare sul perché di quell’intervento delle forze dell’ordine: mi limito a dire che dopo un anno tutto il procedimento è stato archiviato perché nulla di penalmente rilevante era accaduto, ma semplicemente avevo cercato di non farmi mettere le mani addosso da uno sconosciuto, senza usargli violenza, solo cercando di sottrarmi ai suoi spintoni.
Da molta parte del movimento furono lanciati appelli affinché l’associazione che rappresenti si facesse parte attiva nel cercare di risolvere la questione. Io mai chiesi alcunché, anche perché ben sapevo che – ormai – non potevate fare più niente: nel momento stesso in cui era stata coinvolta la polizia voi avevate perso ogni gestione della vicenda.
Ho sempre avuto fiducia sul fatto che il percorso giudiziario avrebbe potuto chiarire la vicenda, e le molte attestazioni di solidarietà, spesso anche concrete, mi hanno permesso di superare un momento davvero brutto.
Mi è stato raccontato che, quel giorno, mentre venivo brutalmente ammanettata, sul palco del Pride è successo un pandemonio: la vostra versione è stata che le/i mie/i compagne/i vi hanno assaliti. Non avete però detto che questo “assalto” generalizzato era per chiedervi di sapere dove fossi stata portata, per cercare di aiutarmi e non lasciarmi sola. A qualcuno hai detto di esserti preso due schiaffi da Elena Biagini (non solo mia compagna di percorso in Facciamo Breccia, ma per molti anni anche mia compagna di vita, e tutt’ora amica carissima). D’altra parte mi è stato raccontato che, mentre lei, molto spaventata per me, ti implorava, in un contesto di concitazione generale, di darle qualche notizia sul mio conto, tu le hai risposto solo che il mio arresto sarebbe stato giusto. Fatto sta che il giorno dopo ti sei premurato di querelare Elena per “minacce e percosse.”
Io querelai invece tutta una serie di persone (quelle in indirizzo) che avevano rilasciato - o diffuso come fatti certi - pubbliche dichiarazioni di dati falsi che potevano rendere difficoltosa la mia difesa.
Quelle querele stanno facendo il proprio corso giudiziario, ma nel momento in cui è stata riconosciuta la mia innocenza, per me non hanno senso: ripeto, il conflitto fu sul piano politico, e su quel piano vorrei che ritornasse.
C’è un unico motivo per cui non le ho ancora ritirate: la tua querela contro Elena Biagini.
Ritiriamo le querele che scaturiscono da quell'episodio… Te lo chiedo come atto politico.
In un paese dove la politica è sempre più ridotta ad una guerra giudiziaria a suon di querele, lanciamo un segnale: almeno fra chi dice di voler combattere una battaglia per libertà e diritti, ritorniamo su un terreno di civiltà. Continuiamo a non pensarla allo stesso modo su tante questioni, ma le aule giudiziarie non potranno dare la vittoria politica a nessuno, così come non lo ha potuto fare la polizia al Pride di Bologna nel 2008. Il nostro permanere su quel piano può solo indebolire ancor più la resistenza che quotidianamente dobbiamo opporre a chi vuole la nostra morte politica prima ancora che fisica.
Ti scrivo nella forma di “lettera aperta” appunto perché non si tratta di un fatto privato fra noi, ma di una vicenda politica e, per lo stesso motivo, gradirei da te una risposta in forma altrettanto pubblica, qualsiasi essa sia.
Bologna, 21 settembre 2009
Graziella Bertozzo
Facciamo seguito alla lettera di Graziella Bertozzo, che condividiamo pienamente, per aggiungere una ulteriore precisazione riguardo alle nostre querele nei confronti di un articolo diffamatorio verso antagonismogay apparso sul Corriere di Bologna a ridosso dei fatti del Pride.
In quel momento (in ogni momento) era fondamentale per noi respingere il tentativo di mostrare la nostra area politica come estremista e violenta, di delegittimare il nostro discorso politico e di aggravare la posizione di Graziella Bertozzo.
Siamo disponibili in qualsiasi momento a ritirare le querele e a tornare su un piano di dialettica politica.
Renato Busarello
Marco Geremia
Segretario Nazionale di Arcigay
e p.c. a
Aurelio Mancuso, Francesca Polo, Alessio De Giorgi,
Paola Brandolini, Lorenzo "Q" Griffi, Flavia Madaschi,
Elisa Manici, Flavio Romani, Emiliano Zaino,
Amelia Esposito, Armando Nanni, Andrea Benedino, Franco Grillini
Le vicende accadute nel nostro paese – e di riflesso nel mondo e nel movimento lgbtq – nel corso dell’ultimo periodo hanno modificato non solo la nostra realtà, ma prima ancora la nostra percezione della stessa. La violenza che si abbatte quotidianamente su di noi non è più interpretabile in termini di una fobia – o meglio di un pregiudizio - della diversità che si esprime attraverso insulti e sporadici attacchi fisici, ma come realizzazione di un progetto politico articolato su diversi piani e con strategie diversificate.
Una di queste strategie è indubbiamente il riuscito tentativo di spaccare al proprio interno tutti i movimenti sociali, e quindi anche quel movimento dentro al quale un tempo ci riconoscevamo in tante e tanti.
Non scrivo questa lettera aperta con l’intento di lanciare un appello ad una improbabile “unità”: se nuove alleanze stabiliremo sarà attraverso nuovi percorsi, non certo ripercorrendo vie che si sono dimostrate fallimentari.
Il mio scopo è piuttosto quello di ripulire il terreno da una questione che è stata spostata dal piano politico a quello giudiziario.
Come ben sai, quasi un anno e mezzo fa fui violentemente portata in questura dalle forze dell’ordine durante il Pride di Bologna, dove mi fu notificata una denuncia per resistenza e lesioni finalizzate alla resistenza. Non voglio rivangare sul perché di quell’intervento delle forze dell’ordine: mi limito a dire che dopo un anno tutto il procedimento è stato archiviato perché nulla di penalmente rilevante era accaduto, ma semplicemente avevo cercato di non farmi mettere le mani addosso da uno sconosciuto, senza usargli violenza, solo cercando di sottrarmi ai suoi spintoni.
Da molta parte del movimento furono lanciati appelli affinché l’associazione che rappresenti si facesse parte attiva nel cercare di risolvere la questione. Io mai chiesi alcunché, anche perché ben sapevo che – ormai – non potevate fare più niente: nel momento stesso in cui era stata coinvolta la polizia voi avevate perso ogni gestione della vicenda.
Ho sempre avuto fiducia sul fatto che il percorso giudiziario avrebbe potuto chiarire la vicenda, e le molte attestazioni di solidarietà, spesso anche concrete, mi hanno permesso di superare un momento davvero brutto.
Mi è stato raccontato che, quel giorno, mentre venivo brutalmente ammanettata, sul palco del Pride è successo un pandemonio: la vostra versione è stata che le/i mie/i compagne/i vi hanno assaliti. Non avete però detto che questo “assalto” generalizzato era per chiedervi di sapere dove fossi stata portata, per cercare di aiutarmi e non lasciarmi sola. A qualcuno hai detto di esserti preso due schiaffi da Elena Biagini (non solo mia compagna di percorso in Facciamo Breccia, ma per molti anni anche mia compagna di vita, e tutt’ora amica carissima). D’altra parte mi è stato raccontato che, mentre lei, molto spaventata per me, ti implorava, in un contesto di concitazione generale, di darle qualche notizia sul mio conto, tu le hai risposto solo che il mio arresto sarebbe stato giusto. Fatto sta che il giorno dopo ti sei premurato di querelare Elena per “minacce e percosse.”
Io querelai invece tutta una serie di persone (quelle in indirizzo) che avevano rilasciato - o diffuso come fatti certi - pubbliche dichiarazioni di dati falsi che potevano rendere difficoltosa la mia difesa.
Quelle querele stanno facendo il proprio corso giudiziario, ma nel momento in cui è stata riconosciuta la mia innocenza, per me non hanno senso: ripeto, il conflitto fu sul piano politico, e su quel piano vorrei che ritornasse.
C’è un unico motivo per cui non le ho ancora ritirate: la tua querela contro Elena Biagini.
Ritiriamo le querele che scaturiscono da quell'episodio… Te lo chiedo come atto politico.
In un paese dove la politica è sempre più ridotta ad una guerra giudiziaria a suon di querele, lanciamo un segnale: almeno fra chi dice di voler combattere una battaglia per libertà e diritti, ritorniamo su un terreno di civiltà. Continuiamo a non pensarla allo stesso modo su tante questioni, ma le aule giudiziarie non potranno dare la vittoria politica a nessuno, così come non lo ha potuto fare la polizia al Pride di Bologna nel 2008. Il nostro permanere su quel piano può solo indebolire ancor più la resistenza che quotidianamente dobbiamo opporre a chi vuole la nostra morte politica prima ancora che fisica.
Ti scrivo nella forma di “lettera aperta” appunto perché non si tratta di un fatto privato fra noi, ma di una vicenda politica e, per lo stesso motivo, gradirei da te una risposta in forma altrettanto pubblica, qualsiasi essa sia.
Bologna, 21 settembre 2009
Graziella Bertozzo
Facciamo seguito alla lettera di Graziella Bertozzo, che condividiamo pienamente, per aggiungere una ulteriore precisazione riguardo alle nostre querele nei confronti di un articolo diffamatorio verso antagonismogay apparso sul Corriere di Bologna a ridosso dei fatti del Pride.
In quel momento (in ogni momento) era fondamentale per noi respingere il tentativo di mostrare la nostra area politica come estremista e violenta, di delegittimare il nostro discorso politico e di aggravare la posizione di Graziella Bertozzo.
Siamo disponibili in qualsiasi momento a ritirare le querele e a tornare su un piano di dialettica politica.
Renato Busarello
Marco Geremia
venerdì 2 ottobre 2009
Con i fascisti mai - comunicato Circolo Maurice sul "caso Concia"
Le categorie si superano, i valori no. E l'antifascismo è un valore costituente delle nostra storia e delle nostre lotte. E chi decide di andare a trovare i neofascisti rivisitati, ripuliti e rinominati (ma pur sempre fascisti) lo faccia sempre e comunque a nome proprio e non di un movimento che da anni lotta senza stipendi e senza gloria contro razzismi, discriminazioni, maschilismo, sessimo, omofobia, lesbofobia e transfobia.
Il circolo di cultura gay, lesbica, bisessuale e trangender Maurice di Torino si dissocia da queste azioni svolte da una personalità solo recentemente così legata e identificata con le lotte del movimento glbt. Non è una questione di dialogo: come si può essere così miopi da non capire che dietro il velo del democratico "confronto" si annida il rischio di legittimare comportamenti e pratiche che rappresentano ciò che abbiamo sempre combattuto in questi anni di movimento, non solo come persone glbt, ma come cittadini e cittadine antifasciste. Il fascismo
vecchio e nuovo è invece l'emblema di una concezione che nega l'epressione di ogni diversità e promuove l'omologazione al più bieco maschilismo patriarcale.
Siamo aperti/e al dialogo con tutte le componenti della società, ma coi
fascisti mai!
Circolo Maurice
Il circolo di cultura gay, lesbica, bisessuale e trangender Maurice di Torino si dissocia da queste azioni svolte da una personalità solo recentemente così legata e identificata con le lotte del movimento glbt. Non è una questione di dialogo: come si può essere così miopi da non capire che dietro il velo del democratico "confronto" si annida il rischio di legittimare comportamenti e pratiche che rappresentano ciò che abbiamo sempre combattuto in questi anni di movimento, non solo come persone glbt, ma come cittadini e cittadine antifasciste. Il fascismo
vecchio e nuovo è invece l'emblema di una concezione che nega l'epressione di ogni diversità e promuove l'omologazione al più bieco maschilismo patriarcale.
Siamo aperti/e al dialogo con tutte le componenti della società, ma coi
fascisti mai!
Circolo Maurice
Iscriviti a:
Post (Atom)