giovedì 23 giugno 2011

Sulla "liquidazione" di Concita de Gregorio


di Lucia Occhipinti


Il licenziamento di Concita De Gregorio come direttora dell’Unità non è una notizia che cade dal cielo: esso è, in fondo, un annuncio (senza troppe sorprese) di quello che sarà il governo di questa sinistra mal-destra.
Nell’aprile 2008, l’editore Renato Soru propose all’allora giornalista di Repubblica il posto di direttore di un giornale segnato dall’emorraggia delle copie (dagli anni d’oro di Furio Colombo, con oltre settantamila copie vendute, al tracollo di Padellaro al di sotto delle quarantamila) e sull'orlo della crisi. De Gregorio ha accettato l’incarico rinunciando ai programmi in cantiere (un viaggio in Cina per le Olimpiadi) e allo stipendio più corposo garantito da Repubblica: prestigio, carriera, fede in un progetto iniziato nell’agosto dello stesso anno e che giunge a conclusione dal 1 luglio di questo.

All'Unità ha dato così il suo contributo: nel prendere le redini della vecchia gestione ha ridotto i dislivelli ereditati da Padellaro (stipendi da all-stars per le collaborazioni esterne contro i venticinque euro di chi lavora a pezzo); ha rinnovato il giornale cambiandone il formato; ha investito sul sito internet più delle gestioni precedenti; ha riassestato il bilancio e incrementato le vendite delle copie; ha mantenuto – nonostante la crisi – le edizioni locali di Bologna e Firenze. Non ultimo, ha rovesciato la rappresentazione del potere cambiando la disposizione delle stanze della redazione: prendere una stanza più piccola per lei (garantendosi l’ “angolo – figlio”) per lasciare lo stanzone del direttore al servizio centrale molto compresso, tanto per fare un esempio fra i quelli possibili.

La rete vocifera l’epurazione: il casus belli è, in effetti, plausibile. Non molto tempo fa un giornalista dell'Unità, Francesco Piccolo, ha esposto delle critiche alla politica dei tatticismi, suscitando la reazione di D’Alema. Sul quotidiano è seguita immediatamente una nota di in cui la direttora difendeva la linea del giornale e il suo giornalista. Il licenziamento forse non è un gran mistero: De Gregorio rispondeva all’esigenza dell’editore (voluto fortemente da Veltroni, allora in auge al partito) di aprire un dibattito in seno al centrosinistra, dibattito che – dati i cambiamenti politici degli ultimi mesi – adesso passa in secondo piano rispetto a una linea editoriale più aderente alle politiche di vertice. Bisognerebbe evitare, però, di fare ripiombare De Gregorio nell’immagine stereotipata della vittima sacrificale di un sistema usa-e-getta, in contraddizione con la dignità e la limpidezza che la giornalista dimostra nel comunicato congiunto con l’editore, atto tutt’altro che dovuto, come ricorda il giornalista e blogger Francesco Costa. E tuttavia lo scontro con D’Alema, se non è la vera e propria causa del sollevamento dall’incarico, non è in contraddizione con un cambio di rotta difficilmente attuabile nel giro di poche settimane e col cavallo in corsa.

Inoltre, confinare l’operato di De Gregorio alle limitate esigenze di partito sarebbe un’ingiustizia che non terrebbe conto del contributo dato alla politica delle donne. Un apporto vario ed articolato che ha talvolta suscitato polemiche, come quella dell’appello del 13 febbraio. Un appello che, a differenza del comunicato di “Se non ora quando”, non divideva le donne in donne per bene e donne per male, ma cercava di riunirle sotto il profilo generazionale smuovendo le acque e riaprendo il dibattito tra donne di partito e donne di movimento: un dibattito che non deve per forza contrapporre le parti, ma che deve comunque tenere presente la differenza tra l'operato giornalistico – spesso dettato dalle contingenze - e l’impegno della persona.
Un impegno rivolto anche alla risemantizzazione di parole il cui valore sembrava forse dimenticato: la scuola ad esempio, come ricorda Mila Spicola nel suo blog. Anche la parola “maternità” era fra queste. E se l’appello che si rivolgeva a “nonne, madri, figlie, nipoti” secondo una parte di movimento ha enfatizzato l’idea di maternità a discapito delle soggettività che ci tengono ad essere nominate in nome della visibilità politica, resta il fatto che per De Gregorio la maternità non era confinata alla biologia e non era racchiusa dentro uno stereotipo di genere, ma era un atto creativo, allargato, che teneva presente i vari modi di essere madre e donna, come ha scritto nei suoi libri che trattano di maternità e violenza. Inoltre l’ex direttora è stata spesso l’unica voce nel panorama giornalistico italiano a sollevare la questione di genere e a farne argomento dei suoi editoriali, facendo dell’Unità non solo l’unica testata che ricordasse le riedizioni di Carla Lonzi, ma anche una testata che, coerentemente impegnata contro il sessismo, rinunciasse a quelle pubblicità di dubbio gusto ormai diffuse anche nel web.
Non riconoscerle, dunque, i meriti del suo lavoro sarebbe un controsenso, una vera e propria violazione della politica delle donne, in particolar modo se si considera che le nuove generazioni hanno perso i contatti col pensiero della differenza e che sono cresciute con Mediaset, hanno studiato in una scuola pubblica riformata e si laureano sotto il 3+2. La giornalista, dalle sue pagine, è riuscita a parlare anche alle nuove generazioni proponendo loro un nuovo modello che, lontano dalla politica dell’insulto, rimanda al mittente il fango e le offese. Poteva essere l'inizio di un dialogo, di un dibattito tra generazioni e parti sociali che doveva essere rafforzato e invece si è spento, lasciando però un’impronta ben definita.
Concita De Gregorio, alla fine della sua esperienza alla direzione dell’Unità, risulta essere una delle prime donne a ricoprire un ruolo istituzionalizzato e che, più di sostenere la linea di un partito, ha appoggiato una causa che del rinnovamento culturale ha fatto il proprio cavallo di battaglia.

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